Dal blog di Dan Simon: Mediazione trasformativa – E’ terapia?

Ecco di seguito la traduzione di un interessante contributo apparso sul blog tenuto da Dan Simon sul sito dell’ISCT (http://www.transformativemediation.org/?q=blog).

“Questa sembra una seduta di terapia!”, ha detto un avvocato nel mio corso di mediazione. Ho sentito queste parole molte volte e spesso sono viste come un complimento. Non questa volta. Questo avvocato era abituato alla mediazione che io chiamerei SETTLEMENT CONFERENCE. Nella sua esperienza, le parti venivano tenute separate le une dalle altre ed il mediatore, trascorso del tempo con entrambe, le incoraggiava a considerare la possibilità di formulare un’offerta più vicina a ciò che l’altra parte stesse proponendo. Se questo tipo di mediatore è molte volte paziente e lascia alle parti la possibilità di esprimere le loro emozioni, tuttavia fa del suo meglio per mantenere l’attenzione su ciò che è davvero importante, e cioè la prossima offerta. Inoltre egli cerca altreì di aiutare le parti a comprendere con maggiore chiarezza ciò che accadrebbe qualora la controversia non sia risolta in mediazione.

“Ho potuto quindi comprendere la sorpresa dell’avvocato quando ho spiegato come io veda la mediazione come un’opportunità per una conversazione ‘migliorata’; che non mi impegno a cercare di convincere le parti di qualcosa; e che mi sento a mio agio sia quando le parti parlano di cose che non sono necessariamente collegate al raggiungimento di un accordo, cose come il passato, i sentimenti traditi o le loro diverse personalità, sia quando vengono trattati argomenti che sono più attinenti alle possibili modalità di ‘settlement” del conflitto in corso.

“Si può quindi considerare la mediazione trasformativa come una sorta di terapia? La mia risposta preferita è: “No, ma certamente può essere molto terapeutica”. Con terapeutico voglio dire che le persone spesso si sentono meglio dopo la mediazione, hanno una nuova consapevolezza circa quello che vogliono trarre dalla situazione, si capiscono meglio tra loro, e spesso raggiungono un accordo che permette loro di andare avanti. Alcuni di questi risultati sono simili a quelli promessi dalla terapia.

“Allora, quali sono le differenze tra mediazione trasformativa e terapia? Per quella che è la mia esperienza dipende soprattutto da che tipo di terapia si sta parlando. Proverò a fare un elenco delle scuole di pensiero più note per quanto riguarda il mondo della psicoterapia ed a confrontarle con la mediazione trasformativa, cercando di favorire più la sintesi della completezza. Spero dunque che psicologi e terapisti si sentano liberi di commentare e di correggermi qualora commettessi qualche errore riguardo ad approcci a loro familiari:

“La terapia psicodinamica (Psychodynamic therapy) cerca di alleviare il conflitto interiore tra l’id, l’io e il super-io. Questi conflitti si presume siano iniziati nella prima infanzia e siano legati al rapporto del paziente con i genitori. Si cominciano ad avere progressi quando il paziente inizia a prendere consapevolezza di questi conflitti inconsci per poi adottare strategie per cambiare il suo comportamento. I mediatori trasformativi, al contrario, non fanno ipotesi circa la presenza o l’origine dei conflitti interni dei clienti, né cercano di rendere conscio l’inconscio, ma rimangono invece concentrati su ciò che i clienti scelgono di comunicare. La risoluzione di un conflitto interiore potrebbe essere un effetto collaterale di una mediazione trasformativa, ma non né è l’obiettivo principale.

“La terapia cognitivo-comportamentale (Cognitive behavioral therapy) cerca invece di aiutare i pazienti ad imparare i comportamenti che permettono di raggiungere più rapidamente la felicità. Nonostante ci siano molte varianti di terapia cognitivo-comportamentale, elementi condivisi sono la centralità dell’apprendimento e la convinzione che i clienti possano imparare modi migliori di comportarsi e di pensare. Mentre la mediazione trasformativa spesso porta a nuovi modi di pensare l’attuale conflitto, il mediatore trasformativo non da direttamente delle indicazioni in questo senso, ma permette loro di emergere dalla conversazione.

“La terapia sistemica familiare (Family systems therapy) si concentra sulle interazioni all’interno della famiglia. Essa cerca di identificare i modelli controproducenti nell’interazione e poi spinge il gruppo o gli individui ad adottare delle modifiche e/o ridefinire i singoli ruoli. Mentre questo approccio condivide con la mediazione trasformativa un focus sull’interazione, si differenzia sia per la tendenza del terapeuta ad essere categorico nell’individuazione degli schemi e nel suggerimento di alternative, sia per i contesti in cui vengono utilizzati. Quindi, mentre la terapia sistemica familiare spera di migliorare le interazioni familiari per il lungo termine, i mediatori trasformativi tendono ad essere concentrati su una specifica controversia, comprese le qulle tra persone che non intendono avere rapporti di durata tra loro.

“La terapia centrata sulla persona (Person-centered therapy). Entrambi gli approcci presuppongono che il progresso derivi dalle scelte personali e consapevoli dei clienti, dove il terzo aiuta sostenendo incondizionatamente tali scelte. La differenza tra gli approcci sta nel fatto che nella terapia centrata sulla persona il focus è su una relazione terapeutica talvolta di lungo corso tra il terapeuta ed il cliente, mentre la mediazione trasformativa, invece, nasce con la speranza che il supporto del mediatore abbia effetto ed ottenga un risultato anche in una singola riunione.

“La terapia Gestalt (Gestalt therapy) pone grande enfasi sulla “immediatezza” – il terapeuta mantiene l’attenzione sul presente e sull’interazione tra il terapeuta e il cliente. Il terapeuta può utilizzare una grande varietà di tecniche, come il role-playing, per aiutare il cliente a comprendere il suo stesso comportamento. Grazie a questa comprensione, il cliente può imparare ad essere maggiormente vivo e presente. Sebbene appaia con immediatezza molto simile al mediatore trasformativo ed al suo micro-focus sulla conversazione in corso, l’approccio Gestalt si differenzia in quanto è il terapeuta ad indirizzare il cliente verso certi esercizi e verso il presente, mentre il mediatore trasformativo segue il cliente ovunque si trovi, anche in discussioni riguardanti il passato e il futuro.

“Quindi, è comprensibile che per l’avvocato la mediazione trasformativa suoni come terapia – ci sono alcune somiglianze. Una delle più grandi sembra essere che molti terapeuti, come i mediatori trasformativi, tendono a concentrarsi sul procedimento (mentre la mediazione come quella a cui aveva partecipato quell’avvocato era molto concentrata verso il risultato). Ma le differenze, in generale, sono la non-direttività del mediatore trasformativo ed il fatto che i mediatori trasformativi sono generalmente invitati a prestare assistenza in controversie specifiche, piuttosto che in merito a questioni di lungo termine circa problemi di salute mentale o in merito a rapporti familiari”.

Share
This entry was posted in mediazione and tagged . Bookmark the permalink.

1 Response to Dal blog di Dan Simon: Mediazione trasformativa – E’ terapia?

  1. Yuly says:

    Da quanto ho peierpcto dall’intervista credo si possa affermare che la mediazione trasformativa, basata sulla sensibilite0 del mediatore seppur con l’applicazione di idonee tecniche di aiutare le parti a riscrivere la propria ricetta , sia forse il metodo o l’approccio pif9 naturale e quindi pif9 risalente nel tempo, del compito a lui (mediatore) demandato.Stante la difficolte0 delle parti ad accettare che qualcun altro, senza poteri decisori, o valutativi o propositivi o solutori, amministri la propria questione, intendo la difficolte0 di far sedere le parti al tavolo, accettando l’invito alla partecipazione al tentativo di mediazione, quale chiave riesce a far leva sulla opportunite0 di aderire in una mediazione con approccio trasformativo apparentemente con minori garanzie di riuscita?grazie Stefania

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *